Aps Penelope: come parlare a bambini e ragazzi della guerra

Dallo scoppio della guerra, la nuova emergenza ha pervaso la vita delle persone ed è sulla bocca di tutti.

I bambini sentono e vedono, e di fronte a questa realtà che invade con prepotenza le nostre e le loro vite, assimilano i racconti, le immagini e le paure degli adulti con cui si relazionano e degli altri bambini con cui trascorrono la maggior parte del tempo.

È importante offrire uno spazio di parola ai bambini nel dire ciò che conoscono di questa situazione, o ciò che immaginano, come si sentono, mettendosi in ascolto: è un atteggiamento importante per capire cosa sanno, cosa hanno visto o sentito, perché è proprio a partire da ciò che i bambini ci portano, che possiamo modulare le nostre risposte.

  • Non dobbiamo dimenticare che più sono piccoli più la spiegazione deve essere semplice e non troppo dettagliata, per non far crescere paure e ansie inutili: non dobbiamo spiegare questioni tecniche, quanto piuttosto farli sentire al sicuro con poche parole, garantendo la nostra presenza e vicinanza. 
  • La cosa veramente importante è che i bambini si sentano supportati emotivamente dagli adulti nella conversazione, quindi a partire dalle loro idee, dai loro pensieri senza che questo li faccia sentire per qualche motivo inadeguati o peggio ancora li lasci nella paura e nel marasma.
  • A volte ci chiedono se la guerra è lontana, perché il mondo per loro è qualcosa che ha margini molto ristretti, e sapere che una cosa brutta come una guerra accade lontano da loro, “confina” e tiene lontana la paura. Non è egoismo, o almeno non lo è nel senso che vale per un adulto. Per un bambin*, soprattutto se piccol*, non sarebbe gestibile l’idea di qualcosa di terribile sta accadendo in uno spazio di relativa prossimità da casa sua e dai suoi cari evocando un senso di pericolo troppo grande.
  • Se è molto piccol*, e l* sappiamo sensibile, in un primo momento ci sentiamo di suggerire anche quella che possiamo definire una pseudo-verità, e cioè che la guerra da noi non arriverà mai e che ci saranno sempre mamma e papà a proteggerl*. 
  • Non ha alcun senso allertare in modo eccessivo bambini di 3, 4, 5 anche 6 anni: a chi pensa che nascondere la verità non sia educativo e non li prepari alla vita, diciamo che a quell’età è giusto proteggerli il più possibile dagli orrori della guerra, anche filtrando con grandissima attenzione le immagini e i notiziari.
  • Ed è opportuno evitare di attivare, anche involontariamente, i sensi di colpa rispetto a ciò che succede, e quindi lasciarli giocare, incontrare amici, essere in situazioni di benessere (“con quello che succede a quei poveri bambini dell’Ucraina tu ti metti a giocare, tu pensi solo a vedere gli amici” sarebbero commenti da evitare).

Il gioco potrebbe essere un modo di elaborare situazioni difficili e per poter rappresentare in modo spontaneo senza troppi interventi o spiegazioni da parte dell’adulto.

Ricordiamo che il mondo emotivo reale del bambino è diverso da quello dell’adulto, più è piccolo più le rassicurazioni passano attraverso la sicurezza emotiva e il gioco.

  • Dai 7 anni in su va offerta una piccola spiegazione, i bambini stanno maturando l’idea del giusto e dello sbagliato, e su questo possono essere brillanti conversatori.
  • Quando abbiamo in casa dei preadolescenti è importante accogliere le paure che possono nutrire, e alimentare la loro consapevolezza. A quell’età sono in grado di fare parallelismi e inferenze, paragonare le guerre della storia e quelle dell’attualità e ciò può aiutare a comporre un quadro di relatività che, se non è del tutto rassicurante, aiuta a sentirsi capaci di tenere sotto controllo le emozioni e le preoccupazioni, che comunque vanno incoraggiati a esplicitare, senza giudicare ancora una volta considerazioni o valutazioni che a quell’età a volte ci sembrano infantili (ancora una volta la distanza fisica, l’idea che noi non c’entriamo niente possono affacciarsi come argomenti che un preadolescente può offrire a sé stesso come forma di auto-rassicurazione. Perché negargliela?)

Se poi i bimbi hanno piacere di aiutare le persone colpite dalla guerra possono creare o disegnare lavori da inviare, da appendere, da portare a scuola/a casa. Questo è un modo gradevole per loro di mettere dei pensieri in forma espressiva, su tematiche assai impegnative, attiva un sentimento di solidarietà e crea una sorta di prossimità emotiva sostenibile laddove la realtà è troppo complessa per essere elaborata e accolta.

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